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Deutschland, Deutschland…

Paul Hoeniger, Spittelmarkt ,1912

Com’era prevedibile, il voto tedesco ha confermato la tendenza che già si vedeva  alle elezioni europee e cioè una pesante flessione dei socialdemocratici e dei Verdi , la crescita dell’estrema destra  di  AFD, la buona affermazione del cristiano democratici delle CDU e  della  sinistra  radicale di Die Linke. Mentre restano fuori dal parlamento i liberali fino al novembre scorso al governo con  SPD,

Non raggiunge la soglia di sbarramento anche la formazione atipica BSW. guidata da una fuoriuscita da Die Linke,  Sahra Wagenknecht, nata nella ex DDR, moglie di Oskar La Fontaine, leader storico della sinistra SPD, con posizioni  restrittive sull’immigrazione e critica nei confronti di molte politiche per la transizione energetica.

Il primo partito è la CDU, cioè i cristiano democratici, con quasi il 30% dei voti (il 28,8%)  

Il voto ci consegna un quadro molto complesso e non possiamo nemmeno dire che sia il risultato della disaffezione al voto, tutt’altro.  I tedeschi hanno votato in massa, quasi l’80%.

Solo che hanno votato prevalentemente per i conservatori e in modo territorialmente molto differente.

Nella parte ovest c’è stata una grande affermazione dei democratici cristiani  e il qualche area limitata anche della SPD, nella zona di Amburgo ad esempio, ma anche nella parte ovest di Berlino;  mentre nella parte dell’ex Germania Democratica, specie nella zona della Sassonia , l’AFD supera addirittura il 30% e non necessariamente nelle aree più povere, infatti ottiene anche una buona affermazione in Baviera, ma certamente tra i più poveri.

Certo la situazione dell’economia tedesca, negli ultimi anni , soprattutto dall’inizio della guerra in Ucraina,  ha subito una vera trasformazione.

Le politiche della transizione ecologica , in Germania, perseguite con gran rigore e sostenute a gran forza dai Verdi, sono entrate drammaticamente in crisi con le difficoltà nell’approvvigionamento energetico. L’impossibilità di accedere al gas russo a basso costo, unito alla scelta di fare a meno dell’energia nucleare e la limitazione nell’uso di combustibili fossili, di cui la Germania è ricca ma anche altamente inquinanti,  ha  provocato un vistoso aumento dei costi dell’energia .

Per le industrie tedesche produrre è diventato molto costoso e la concorrenza dei grandi colossi asiatici, Cina in primis, è feroce e la Germania è la prima manifattura d’Europa, perciò la più esposta sul piano della concorrenza industriale.

 Inoltre le politiche di transizione, hanno messo in crisi il mercato dell’auto e l’industria automobilistica, provocando un calo della produzione industriale.

L’economia tedesca  è  ormai  al secondo anno di  recessione e  questo com’è ovvio , crea uno stato di preoccupazione e di incertezza che si riflette sui risultati elettorali.

Il tracollo dei Verdi è indicativo del fatto che a loro venga attribuita molta responsabilità a proposito delle scelte energetiche, così come  l’importante flessione dell’SPD  è indicativa di un giudizio negativo sulla sua capacità di proteggere i lavoratori in un momento di grande difficoltà.

Alla sua sinistra infatti Die Linke cresce con una campagna sul caro affitti e la redistribuzione del reddito.

Teniamo presente che la crisi del governo del socialdemocratico  Olaf Scholz, parte proprio dal licenziamento del ministro delle finanze liberale e sostenitore di politiche del rigore  Linder.

Il voto si distribuisce abbastanza chiaramente a seconda della composizione sociale. E solo parzialmente un voto d’opinione, come quello che siamo stati abituati a vedere negli ultimi decenni, siamo al ritorno al voto sociale,  fortemente radicato nelle condizioni materiali.

Mentre il voto dei giovani premia la sinistra di Die Linke e i Verdi ma anche la destra di AFD, votano per i partiti tradizionali,  SPD e CDU soprattutto gli anziani, gli impiegati e i dipendenti pubblici.

Le donne rappresentano una parte molto importante dell’elettorato della CDU.

AFD  pesca i suoi consensi tra gli operai  maschi, tra i 30 e i 50 anni e  raggiunge il  picco alto tra  quelli  con un età  intorno ai 40  anni, con istruzione medio-bassa, soprattutto nella  ex Germania orientale e tra coloro che si erano astenuti dal voto nelle scorse elezioni.

Il voto AFD è composto  per  il 38% da operai, il  20% dei lavoratori  autonomi e da coloro che hanno una situazione finanziaria precaria o disoccupati. Tra costoro AFD sfiora il 40%.

Teniamo presente che la Germania è tutt’altro che un paese deindustrializzato e mantiene una dimensione delle industrie  medio- grande.

Inoltre, la leader di quel partito, Alice Weidel, non ha mai fatto dichiarazioni neonaziste, qualche altro esponente del partitosì, e rappresenta una leadership piuttosto anomala , per un partito conservatore.

E’ infatti omosessuale, vive con  sua moglie, immigrata dallo Sri Lanka in Svizzera e hanno due figli  di due padri diversi. Solo con la sua vita personale toglie la metà degli argomenti tradizionali alla sinistra. Non puoi dirle che è contro i diritti civili, né darle della razzista, né che sia contro gli immigrati.

Infatti tutto ciò non viene percepito come un problema ,né da lei , né dai suoi elettori, anzi! La sua vita privata molto libera è usata in contrasto alle posizioni arretrate e oscurantiste  sul piano del costume, di cui sono portatori gli immigrati, spesso di religione musulmana.

AFD rappresenta una destra moderna, post novecentesca.

Secondo un recente sondaggio reso noto dal politologo  Cas Muddle sul Guardian,  l’86  % degli elettori  di AFD auspica una presa di distanza da alcune dichiarazioni estreme di qualche membro del partito. Infatti la candidata che più si è espressa contro certe estremizzazioni ,Frauke Petry è stata la più votata in assoluto,  e solo il 34 % degli elettori di AFD si è dichiarato convinto del programma del partito, mentre la maggioranza degli intervistati  dice di averlo votato per protesta.

Il fatto che sia stato votato in massa dagli operai la dice lunga sullo stato di sofferenza di questa fascia sociale.

Insomma, se il voto tedesco procura molte preoccupazioni, visto nel dettaglio sembra meno estremo di quanto sembri. Attenzione a non classificare tutto ciò come ritorno dei nazisti.

Il vincitore delle elezioni Friedrich Merz, leader della CDU a cui spetterà la formazione del governo, si è già espresso a favore della Große Koalition con la SPD, formula che avrebbe potuto usare, a dire la verità, anche Scholz, senza avventurarsi in stravaganti sperimentazioni. Il suo  tentativo, fallito , è stato quello di rafforzare l’aspetto  identitario.

Con la CDU la visibilità sarebbe stata molto più stemperata, ma il fatto che non fosse al governo ovviamente, l’ha liberata da una serie di responsabilità sulla crisi che in una larga coalizione si sarebbero distribuite.

Una cosa è certa, stare al governo ora rischia di logorare molto più chi sta dentro di chi sta fuori.

Non siamo più in una fase di politiche distributive.

Vince la scommessa, ma non è detto poi che vinca anche le elezioni, chi riesce a governare con il rigore che comportano i conti pubblici in società diventate molto anziane,  ma senza allarmare  o penalizzare eccessivamente il ceto medio e popolare.

Certo anche il voto tedesco ci consegna una società in grande trasformazione e al contempo ci indica la necessità di uscire dalle letture tradizionali dei fenomeni. La SPD non è un partito di spiriti leggeri e creativi, bensì il partito che ha costituito, per  quasi  un secolo, l’elaborazione più avanzata della sinistra europea.

Chi sottolinea la necessità  di un ritorno alle origini per la sinistra, non tiene conto delle trasformazioni sociali degli ultimi decenni. Più la sinistra si radicalizza, più si sgancia dal suo radicamento sociale e diventa voto d’opinione, con tutte le oscillazioni del caso.

In Germania, ma non solo,  sinistra votano coloro che sono più distanti  e meno esposti  alle oscillazioni dell’economia e del mercato, gli anziani, i dipendenti pubblici e i giovani.

Se l’espressione del disagio sociale dei ceti colpiti dalla crisi sembra essere rappresentata, pressoché in tutta Europa, dalla destra, ci sarà pure una ragione.

Qualcosa di profondo si sta trasformando nelle società e anche nelle identità politiche uscite dal Novecento e, come abbiamo visto, non si può fare fronte ad una rivoluzione di questo genere, con la cultura woke o l’insistenza sui diritti civili.

Con questa scelta, la sinistra, ha lasciato semplicemente la rappresentanza sociale ad altri, venendo meno al suo ruolo e alla sua funzione.

Adriolich