
Gioacchino Toma, Figli del popolo, 1862
Confesso: una volta, tanto tempo fa, ero convinta che le pessime esperienze di governo fossero legate a incapacità soggettive. Ora non lo penso più.
Osservando azioni e comportamenti di tutte le parti in campo — politici, partiti, corpi intermedi, mezzi di comunicazione e social — sono sempre più convinta che i governi e i politici rappresentino pienamente la società che li esprime, nel bene e nel male. Soprattutto nelle democrazie, ma in parte anche nelle dittature.
Non parlo della soggettività di ogni singolo cittadino, ma del clima generale in cui una società si muove.
In uno stato democratico il voto degli elettori è un elemento essenziale. Ma se è vero che una quota consistente di elettori decide all’ultimo momento, addirittura in cabina elettorale, allora il voto diventa qualcosa di simile ad annusare l’aria.
Non sto parlando dei militanti o di chi ha un orientamento forte e stabile. Parlo di chi decide sulla base della percezione del momento. E questi non sono pochi: probabilmente sono la maggioranza.
Perfino tra i militanti più convinti ci sono passaggi interni tra partiti dello stesso schieramento. E anche questi movimenti segnalano qualcosa, pur restando dentro un perimetro politico definito.
L’elettorato è quindi un termometro potente della percezione storica di una fase. Quello che dovrebbe fare la differenza è la qualità della classe politica, cioè la capacità di leggere quel clima, sintetizzarlo e trasformarlo in decisioni utili per il Paese .
La politica è, per definizione, l’attività legata alla gestione e al governo di una comunità. Si occupa delle decisioni collettive che regolano la convivenza e la distribuzione di risorse, poteri e responsabilità. Soprattutto della gestione del potere e la risoluzione dei conflitti
Ogni tanto vale la pena tornare all’essenziale per capire cosa sta succedendo.
Perché se guardiamo la politica attuale, vediamo che queste due funzioni sono in larga parte indebolite.
La gestione del potere viene spesso ridotta a occupazione di posti, anche con persone non sempre all’altezza del ruolo. E dell’organizzazione della società si parla sempre meno, anche perché le società contemporanee sono oggettivamente difficili da organizzare.
Per fortuna l’uso della forza nelle democrazie ha limiti definiti, ma spesso la forza si sposta altrove: nel definire nuovi equilibri esterni.
Attualmente nel mondo si contano decine di conflitti armati attivi, il numero più alto dalla fine della Seconda guerra mondiale. Questo dice molto della capacità della politica di mediare e contenere il conflitto.
La crisi delle istituzioni e dei corpi intermedi che hanno caratterizzato il Novecento ha reso la politica uno scontro permanente, sempre meno capace di regolare la vita collettiva. I social e il sensazionalismo mediatico hanno fatto il resto.
In trentaquattro anni di Seconda Repubblica, a partire da Tangentopoli, l’Italia ha avuto venti governi, con una durata media di circa un anno e mezzo.
Il sistema dei partiti è stato demolito. Sono rimaste solo alcune continuità: da un lato l’ex MSI, poi Alleanza Nazionale e oggi Fratelli d’Italia; dall’altro l’ex PCI, poi PDS, DS e infine Partito Democratico.
La Democrazia Cristiana si è sciolta in rivoli presenti sia nel centrodestra (soprattutto in Forza Italia) sia nel centrosinistra ( nel Partito Democratico).
Nel frattempo sono nate formazioni politiche percepite come estranee alle tradizioni precedenti — Lega e Movimento 5 Stelle — che poi si sono integrate o trasformate nel sistema.
Il sistema politico italiano era rimasto a lungo bloccato da vincoli internazionali e dalla Guerra fredda. L’assenza di ricambio ha prodotto clientelismo diffuso, reti di sottogoverno e un intreccio stretto tra politica, interessi economici e gruppi sociali.
Nella transizione tra la Prima e la Seconda Repubblica sono stati commessi alcuni errori strutturali.
- Lo spostamento del conflitto politico sul piano etico.
La corruzione è stata letta come problema morale, invece che come effetto di un sistema bloccato e senza ricambio. La questione morale ha spostato il dibattito su un piano esterno alla politica. Non a caso, a Falcone — prima della sua morte — veniva rimproverato di voler fare carriera, mentre il tema era la lotta che stava facendo alla mafia. Il richiamo alla morale è un tentativo di controllo, molto spesso in malafede e finalizzato a screditare le posizioni o le persone.
- La soluzione della crisi è arrivata dalla magistratura, non dalla politica.
Gli arresti di massa hanno chiuso il vecchio sistema, ma non ne hanno costruito uno nuovo. Non c’è stata una soluzione politica, solo giudiziaria. - L’esasperazione dello scontro politico.
La contrapposizione tra popolo e classe politica ha semplificato tutto, ignorando il fatto che tra i due esiste sempre una connessione stretta. Il clientelismo non è un fenomeno unilaterale: è uno scambio tra soggetti attivi. Il popolo non ne è estraneo e da esso trae dei vantaggi: posti di lavoro, privilegi più o meno piccoli, finanziamenti, agevolazioni e via discorrendo.
Mentre la politica è impegnata nella rissa continua e ricorre assurdamente, derogando al suo ruolo, a vertenze e azioni giudiziarie, la grande economia governa il macrosistema mondiale, ma anche i sistemi locali; le magistrature stabiliscono nuovi equilibri politici attraverso indagini e sentenze . Le cosche mafiose fanno il resto.
E sui social e nelle chat, i talebani del terzo millennio, militanti spesso improvvisati e scatenati, si autogalvanizzano, fingendo di determinare il destino della nazione, tra principi etici, insulti e dichiarazioni assolute.
In altre parole la politica non conta più nulla, ma fa finta di non saperlo. E sta lavorando tenacemente per contare ancor meno. Ne apprezziamo l’impegno.
E intanto sono diventati come bambini rinchiusi in un box: loro giocano, mentre gli adulti fanno altro.
Adriolich