--
Pubblicità

PERCHE’ NON VOTERO’ I REFERENDUM SUL LAVORO

Jean François Millet, Le spigolatrici, 1857

Non voterò a favore dei referendum proposti dalla CGIL sul lavoro, per la semplice ragione che al di là delle affermazioni di principio dichiarate, lotta alla precarietà, affermazione dei diritti dei lavoratori, lotta per le assunzioni a tempo indeterminato, l’effetto che produrranno sarà del tutto diverso.

In primo luogo perché il referendum non è lo strumento adatto per intervenire su una materia così complessa e delicata come la legislazione sul lavoro. Non a caso, anche i giuslavoristi hanno opinioni differenti sugli esiti finali delle modifiche che dovessero intervenire nel caso i referendum raggiungessero il quorum.

Tra queste, in tutta franchezza, non ci vedo una riduzione della precarietà , bensì un aumento della vertenzialità, un ampliamento del ricorso ad avvocati e al giudice del lavoro , e un aumento fuori controllo delle spese a carico dell’impresa, anche di quelle piccole, nel caso di ristrutturazioni aziendali, crisi , necessità di riorganizzare la produzione.

I referendum sono pensati in una logica di conservazione, anche un po’ nostalgica, onestamente, come se si pensasse di tornare ad un mercato del lavoro tradizionale, dove le previsioni potevano essere sul lungo periodo, scorte, magazzino, mercati privilegiati, prodotti e produzioni durevoli, fedeltà all’azienda, posto di lavoro e qualifica pressoché  a vita, ormai anacronistico.

Infatti, i primi due quesititi, scheda verde e scheda arancione, non modificano quanto succede ora per i licenziamenti per giusta causa, né in caso di condotte illegittime da parte dell’azienda, o il licenziamento discriminatorio (per motivi di razza, sesso, religione, opinioni politiche, sindacali, ecc.), o il licenziamento durante la maternità o paternità, oppure licenziamento orale.

Intervengono, invece, sulle interruzioni del rapporto di lavoro determinate dai motivi economici, che il decreto jobs act rendeva possibili, consentendo forme risarcitorie a seconda dell’anzianità anagrafica e di servizio in azienda.

Il ritorno alla normativa precedente, non dello Statuto dei lavoratori, bensì alla Legge Fornero varata dal Governo Monti, invece, torna a rendere più complicate le interruzioni di rapporto per  motivi economici, estende alle piccole imprese le forme di indennizzo senza definire un tetto, il cui limite viene fissato da giudice.

Certo valutando le condizioni generali dell’azienda, ma in modo discrezionale e, soprattutto, senza mettere l’impresa nella condizione di fare una previsione di spesa.

Mi si dirà che questo però avviene a tutela del lavoratore.

Così come la richiesta di conoscere in anticipo , anche per i contratti temporanei fino ad un anno, la famosa causale, delle ragioni specifiche che inducono un’azienda ad aprire un rapporto di lavoro.

Il tema, in questi casi, non mi pare il principio bensì gli effetti.

Se si mettono le aziende nella condizione di non sapere quanto potrebbe  valere una riorganizzazione aziendale sul piano del costo  del lavoro, di giustificare nella causale perché assumono ( con gli adempimenti burocratici conseguenti), di motivarlo in modo cogente e dimostrabile, e qui si entra in un ginepraio, spiegando  per   che ragione non  si trasformi il contratto  temporaneo in un rapporto a tempo indeterminato ( ad esempio se il lavoratore non è in grado di svolgere la sua funzione professionale in modo adeguato )  io temo che quello che otterremo non sarà un reintegro ( sono pochi casi e anche i lavoratori preferiscono generalmente un indennizzo), bensì un’azienda sempre più prudente nelle assunzioni e forse anche intenzionata a delocalizzare.

Ricordo a tutti che il mercato del lavoro attuale è aperto e perfino internazionalizzato.

Oppure costretta ad esternalizzare parti della produzione, avvalersi di cooperative esterne ( con retribuzioni generalmente molto più basse,) o , addirittura, ad avvalersi , in alcune zone d’Italia specialmente, di lavoro illegale o nero.

Allo stesso modo, pensare di ridurre i subappalti e aumentare la sicurezza sul lavoro, solo rendendo automatica la responsabilità del committente, nel caso di un lavoro dato in subappalto, in tutta franchezza, mi pare semplicistico e anche fuorviante sia sul piano del diritto.

 Le responsabilità sono personali: se ci si avvale di un subappalto, è in ragione del fatto che il committente non ha le competenze necessarie per gestire, magari, lavorazioni di una certa complessità, nei confronti delle quali, ovviamente, non può neppure  esercitare controlli diretti.

Per tutte queste ragioni non voterò a favore dei referendum sul lavoro, per i quali non ritirerò la scheda, mentre voterò sì a quello sulla riduzione dei tempi per l’acquisizione della cittadinanza, per i cittadini stranieri che ne abbiano i requisiti, perché mi pare si tratti di un elemento di civiltà.

Adriolich