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MODERNITA’ , STATO SOCIALE e SINISTRA

Italia: i risultati delle elezioni politiche dal 1994 al 1922

SOCIALISMO DEMOCRATICO

Il Comitato dei saggi che ha il compito di riscrivere il Manifesto dei valori del PD ha avuto delle defezioni, De Giovanni , Zanda e Urbinati si sono dimessi mentre Castagnetti minaccia di uscire dal partito se si modificherà il Manifesto dei valori.

La sinistra è a rischio di scomparsa in tutto il mondo dice la Urbinati ( sì c’è Sanchez ma bisogna capire se rappresenti una tendenza o un’eccezione)

Credo abbia ragione, temo che la crisi attraversi anche la sinistra socialdemocratica. La frana dei paesi dell’est ha trascinato nel baratro anche coloro che in essi non avevano mai creduto, la sinistra tutta. Il resto l’hanno fatto le trasformazioni del mondo del lavoro prodotte dalla rivoluzione informatica. Quel crollo ha di fatto reso impossibile un progetto, la creazione di stati socialisti e sancito che l’unica possibilità reale per rimanere ancora socialisti stava nell’esserlo nelle società capitaliste. Quindi socialdemocratici. Il problema è che la sinistra italiana non è mai stata a maggioranza né socialista, né tanto meno socialdemocratica. Basti un dato: Il punto più alto di consenso elettorale il PSI lo raggiunge nel 1987 con Craxi segretario arrivando al 14,3%, mentre quello più basso del PCI, nelle stesse elezioni , con Natta segretario, è stato il 26,6%, quasi il doppio. A ciò vanno aggiunti anche i gruppi alla sinistra del PCI critici nei confronti della sua moderazione. Non ha caso il movimento del ’77 esplode a Bologna e prende di mira proprio il PCI.

Questa fu ragione per cui proposi per la segreteria della federazione provinciale dei DS di Como un socialista e di livello, siamo agli inizi degli anni 2000. Era un problema di prospettiva . La base era pronta , infatti lo votò. Molto meno l’altezza , cioè i gruppi dirigenti. Avere ragione troppo in anticipo è come non averla ( ed eravamo già drammaticamente in ritardo ).

I cultori dell’eco-socialismo, non a caso, non solo non spiegano i passaggi che li hanno portati da essere comunisti a socialisti, ma nemmeno dicono a che tipo di socialismo fanno riferimento. Non possono. Il riferimento al socialismo, fuori dalla socialdemocrazia cioè dall’accettazione del sistema di mercato e del capitalismo, diventa una sorta di vezzo mai declinato nella realtà e un escamotage per non parlare dei fallimenti della sinistra comunista.

Certo la svolta potrebbe esserci ora, ma arriverebbe con almeno trent’anni di ritardo , ormai superata dalla realtà e dalla crisi generalizzata della sinistra, anche di quella socialdemocratica in crisi di fronte ai mutamenti della realtà.

LA CRISI DEL MODELLO EMILIANO

Per intenderci socialdemocratico il PCI non lo era neanche in Emilia Romagna dove la sua tradizione di governo e dei succedanei , ha sempre potuto contare su un apparato ideologico, e se vogliamo essere precisi anche un po’ fideista, arricchito ora anche dal dogmatismo di parte della tradizione cattolica.

Il modello Emiliano, infatti , si sviluppa per l’integrazione di tre fronti:

1) Economico: con un sistema di piccole imprese accanto al quale opera il capitalismo popolare cooperativo che ormai si è in parte trasformato in attività imprenditoriale anche di grandi dimensioni ( vedi Coop)

2) Un welfare locale organizzato su infrastrutture, servizi sociali , salario differito e le pratiche di investimento sociale:

3) La concertazione tra le diverse categorie e rappresentanze e categorie economico-sociali: cooperazione, associazioni, sindacati.

La parte di raccordo e governo di queste interrelazioni è però incentrata sulla presenta di un forte , rappresentativo e pervasivo partito politico, di matrice ideologica, che svolge un ruolo centrale e determinante. Un partito all’opposizione nei confronti del governo centrale e di governo sul piano regionale. Moderato si, socialdemocratico no. Sicuramente un modello di sistema.

Si tratta di un modello che, però, ha avuto il suo massimo fulgore a partire dagli anni ’50 fino alla fine degli anni ’70 in una situazione economica del tutto differente che rendeva possibile il deficit spending condizione attualmente impraticabile. Con il bilanci pubblici attuali , gli andamenti demografici e le varie crisi economiche e pandemiche , la redistribuzione di risorse è sempre più complicata. Abbiamo il pareggio di bilancio in Costituzione e di teorizzare bilanci pubblici in passivo, come qualcuno faceva negli anni ’70 ( non il PCI a dire il vero , ma frange più a sinistra) non se ne parla nemmeno. Avere potuto contare sul grande sviluppo industriale degli anni ’60 non è stata cosa da poco e nemmeno avere gestito le risorse con intelligenza. La redistribuzione veniva messa al centro delle politiche dello sviluppo e per quanto riguarda il modello emiliano, diventavano anche estensione dei diritti di cittadinanza e partecipazione; qui più che altrove il conflitto sociale veniva stemperato dalla mediazione politica, com’è giusto che sia, ma con IL partito che si era fatto al contempo istituzione, governava una parte considerevole del sistema delle imprese, una parte dei sindacati, molte associazioni di categoria e moltissimo associazionismo. Il partito che si fa stato si potrebbe dire , o meglio regione. La sinistra italiana , ora, però mostra crepe anche nel suo modello migliore, prova ne è la continua erosione del consenso nei confronti del PD che anche lì si rileva, partita dall’Emilia ma che si sta estendendo anche nella Romagna. Per tutte queste ragioni , quando l’Ulivo vinse nel 1996, Luigi Berlinguer dichiarò che la sinistra era al governo per la prima volta dimenticandosi di circa un trentennio di governi in cui erano stati presenti i socialisti.

Se dobbiamo dirla tutta e fino in fondo , gran parte della sinistra italiana considerava e considera la tradizione socialdemocratica una sorta deminutio, una sinistra di grado inferiore insomma. Una specie di sinistra di serie B vocata al compromesso e al ribasso.

POPOLARISMO E CATTOLICESIMO DEMOCRATICO

A onor del vero anche i Popolari non stanno tanto bene. Se il gruppo del Socialisti europei è passato dai 200 parlamentari del 2004 agli attuali 147, il gruppo dei Popolari Europei è passato dai 268 a 173 deputati. Entrambi gli schieramenti scontano la comparsa di nuove formazioni politiche, a sinistra per il PSE e a destra il PPE . In altre parole assistiamo a una situazione di frammentazione del tutto nuova e alla crisi delle grandi tradizioni politiche del ‘900 , alle quali non si ispirano , se non in misura ultraminoritaria, nemmeno le formazioni politiche radicali di entrambe le parti. Da qui la necessità di trovare nuove letture dei fenomeni , non interpretabili con le categorie tradizionali, se non sbagliando. Per i popolari italiani la crisi viene da lontano, cioè da quando il PPE privilegiò l’entrata nel gruppo di Forza Italia invece che la loro, cosa che di fatto li costrinse ad optare per il gruppo socialista ,dopo un lungo dibattito che si chiuse con la decisione di Renzi di aderirvi.

Per un partito che ha l’ambizione di essere la migliore sintesi delle due culture ( sinistra e cristiano democratica) sempre ammesso che si possa trovare , arrivarne ad una non sarà semplice. C’è un problema italiano che il PD rappresenta, ma che sta dentro un quadro più ampio ed europeo nel quale è evidente il ridimensionamento delle due culture e l’espansione di nuove formazioni politiche, così come di esperimenti nazionali anomali.

Mi chiedo se per un partito sia davvero necessario avere un manifesto dei valori e non siano più utili un buon statuto e una mozione politica che indichi la direzione e un programma di governo. Il Manifesto dei valori sembra uno strumento più consono ad un’associazione di volontariato che per un partito, sui valori difficile non trovarsi , solidarietà, accoglienza, uguaglianza di diritti, l’affare complicato è declinarli poi in una linea politica. Tutto questo proliferare di codici etici al posto degli strumenti tipici della politica, non dice nulla di positivo sullo stato di salute di quest’ultima, che non è in crisi perché è finita la vocazione maggioritaria come dice Franceschini, bensì perché, nella lunga fase di cambiamento seguita al crollo dei due blocchi, la società è radicalmente cambiata, le politiche tradizionali della sinistra , immerse in una situazione del tutto nuova, ne hanno mutato il radicamento sociale ( da classe operaia, dipendenti pubblici, proletari salariati , quartieri e valori popolari , a dirigenti pubblici, salari , garantiti , professionisti e imprese però con forti legami, contiguità e capacità finanziarie intimamente connesse al sistema pubblico , centri storici , AZTL , quartieri di pregio ; infine, dai diritti sociali per tutti ai diritti civili delle minoranze.

In sintesi da popolari a radical chic.

Cioè ipertutela dei garantiti ed esclusione di tutto ciò che garantito non è, che non a caso vota dall’altra parte. Coi chiari di luna attuali, poco stato sociale e molto intervento assistenzial/caritatevole garantito dal terzo settore e dalle onlus, che però campano grazie ai sostanziosi finanziamenti del sistema pubblico. E non si riesce ad individuare una diversa prospettiva.

Questo non si cambia né architettando alchimie istituzionali né trovando un buon candidato. Purtroppo è un problema molto più serio .

O la sinistra riesce a farlo oppure morirà di paternalismo.

Adriolich