
Childe Hassam, The Avenue in the Rain
CHI E’ NICOLAS MADURO
Nessuno, minimamente obiettivo, potrebbe descrivere il governo uscente del Venezuela come democratico.
Nicolas Maduro è ascrivibile alla lunga lista di dittatori populisti che caratterizza l’America latina.
Ex sindacalista diventa presidente dopo Chavez che per oltre un decennio ha guidato il paese, di cui era stato uomo fidato e ministro del suo governo.
Maduro, seguendo la scia del suo predecessore, resta dentro la tradizione antimperialista e antiamericana. La sua politica è culturalmente un impasto di marxismo, castrismo cubano, filosofia terzomondista anticapitalista e teologia della Liberazione con riferimenti al bolivarismo, declinato in chiave chavista.
Al contrario di Chavez che aveva saputo mantenere vivo il consenso e la considerazione dei venezuelani, Maduro si è limitato a governare con il pugno di ferro e la repressione.
Maduro non era rispettato come Chavez e il suo è stato un governo pessimo sotto ogni punto di vista.
Il Venezuela ha dei dati macroeconomici molto negativi: iperinflazione, l’85 % della popolazione vive in grande povertà, i salari sono molto bassi, il debito estero è il doppio del PIL, nonostante la presenza importante di risorse naturali come il petrolio: il Venezuela è al primo posto tra i paesi con le riserve di petrolio più ingenti.
Nonostante questo, la sua produzione è modesta e inferiore alle sue reali potenzialità. La gestione Chavez prima e Maduro poi, ha di fatto collassato la filiera. Prima con i licenziamenti in massa per gli scioperi del 2002–2003, poi con la sostituzione dei tecnici con quadri fedeli al regime e la fuga all’estero di molti ingegneri, infine la riduzione di investimenti e manutenzione e l’aumento della corruzione e inefficienza.
La gestione Maduro ha progressivamente distrutto la filiera petrolifera, privata non solo delle tecnologie necessarie, ma anche del capitale umano, delle competenze manageriali e delle possibilità di manutenzione e investimento, aggravate dalle sanzioni internazionali.
La gestione della PDVSA, la compagnia petrolifera statale, è stata un vero disastro.
Inoltre il Venezuela è pieno di risorse minerarie , ferro, oro e bauxite necessaria per la produzione di alluminio.
Nella guerra per gli approvvigionamenti di materie prime il Venezuela, di fatto, tiene bloccate e inutilizzate una grande quantità di risorse, peraltro, fino alla destituzione di Maduro , controllate da Cina e Russia.
Nel paese è molto estesa la corruzione e sono presenti infiltrazioni di trafficanti di droga nelle istituzioni. Il Venezuela non è un produttore di droga, è piuttosto una via di transito , soprattutto ai confini della Colombia, che , invece, è primo paese produttore al mondo di cocaina.
Sia la prima elezione di Maduro che la seconda si sono svolte in un clima di irregolarità e intimidazioni denunciate anche dagli osservatori internazionali.
Arresti, pressioni e censura dei media hanno caratterizzato entrambe le tornate elettorali. A queste si sono aggiunti brogli, manipolazioni delle identità negli elenchi, l’esclusione di osservatori indipendenti dai seggi sorvegliati dagli agenti governativi o dai militari. Anche il voto elettronico è stato giudicato poco trasparente.
Quindi che si sia intervenuti contro il governo democraticamente eletto dai venezuelani, è una grande falsità . Maduro era tutt’altro che un Presidente legittimato dal consenso popolare.
Chiarito il quadro interno venezuelano, il punto diventa un altro.
IL BLITZ
La recente iniziativa degli Stati Uniti di effettuare un vero e proprio blitz decapitando il governo del Venezuela, risultato 40 morti e la cattura Maduro e sua moglie, segue una serie di azioni messe in opera dagli States nel tempo: in primo luogo il mancato riconoscimento di Maduro come legittimo presidente del Venezuela; poi l’identificazione di alcune organizzazioni come terroristiche Tren de Aragua e Cartel de los Soles, che gli USA sostengono essere guidate da militari e vocate al narcotraffico.
Trump ha anche ordinato alcune operazioni di contrasto al traffico venezuelano nel Mar dei Caraibi, dichiarato l’embargo nei confronti del Venezuela, chiuso lo spazio aereo e revocato la Temporary protected status, cioè il permesso temporaneo per i cittadini Venezuelani negli Stati Uniti.
Il blitz denominato Absolute Resolve del 3 gennaio scorso, è stato condannato da Russia , Cina e Cuba, non a caso.
Infatti sia e il governo di Chavez prima, e di Maduro poi, sono da considerare gli avamposti strategici di un sistema di alleanze che hanno nel Venezuela un punto di riferimento per Cina, Russia e Cuba.
Chi difende la legittimità di Maduro non difende un fervente democratico, bensì un dittatore che ha usato ogni mezzo per controllare i venezuelani, con sistemi repressivi e la violazione ricorrente dei diritti umani
L’obiezione che viene mossa nei confronti dell’intervento americano è la totale assenza copertura dello stesso da parte degli organismi internazionali e di avere utilizzato argomenti come la lotta al terrorismo, la sicurezza nazionale e il traffico di droga per sbarazzarsi di un nemico in fretta e accedere a nuove risorse. Ed è così.
Se la droga fosse stata davvero il problema maggiore gli USA avrebbero attaccato la Colombia, non certo il Venezuela.
È anche legittimo domandarsi come sia stato possibile per un numero imprecisato di velivoli – tra cui caccia F-35 e bombardieri, partiti da portaerei nel Mar dei Caraibi ( dove c’è anche Cuba, faccio notare) poi droni ed elicotteri – abbiano potuto superare lo spazio aereo venezuelano indisturbati, coadiuvati da navi da guerra mimetizzate da cargo.
E anche come abbiano potuto membri, pare, della Delta Force, sbarcare da un elicottero sul tetto dell’edificio presidenziale per poi catturare il Presidente di uno Stato con la moglie direttamente nella sua camera da letto, come se fosse sparito l’intero il sistema di sorveglianza.
È chiaro che il consenso attorno a Maduro fosse già largamente in crisi e che il blitz sia stato sostenuto ed aiutato anche da un pezzo consistente dell’ esercito venezuelano, che ha perlomeno finto di non vedere. Probabilmente l’ingente taglia per la sua cattura , 25 milioni di dollari, decisa già dai tempi dell’amministrazione Biden, è stata determinante,
LA VIOLAZIONE DEL DIRITTO INTERNAZIONALE
Sul piano della tecnica miliare e dell’intelligence l’azione è stata un vero capolavoro.
Sul piano del diritto e della diplomazia internazionale, una vera voragine.
Non è la prima della volta che gli Stati Uniti promuovono interventi di questo genere muovendosi in totale autonomia. Così come ha fatto Russia, del resto.
Com’è noto, gli States sono sempre stati storicamente, parte attiva nella definizione dei governi in tutta l’America Latina, anche se forse in modo un po’ meno sfacciato.
Mentre la Russia esercita un controllo ferreo, o almeno cerca di farlo, su tutto quello che era l’area dell’ex Unione Sovietica.
Russia e Usa , però, si muovono in un modo differente. La Russia invade, gli USA puntano a destituire i governi sostituendoli con altri che possano costituire un loro punto di riferimento.
È un fatto che gli Organismi internazionali, ONU in primis vivano da tempo una crisi di autorevolezza e d’efficacia.
Il primo esempio fallimentare fu, a soli due anni dalla fondazione dell’ONU, la Risoluzione del 1947 per la costituzione degli stati di Israele e Palestina; immediatamente disattesa con l’avvio della Prima guerra araba.
Il secondo grande fallimento fu l’incapacità di raggiungere una posizione comune sulla guerra in Jugoslavia, che si concluse poi con il bombardamento delle Serbia da parte della NATO nel 1999.
Entrambi hanno rappresentato il tentativo naufragato di trovare una soluzione politica e una mediazione internazionale tra le parti.
L’ONU, da queste due disfatte, è uscito come un organismo a sovranità e poteri limitati, incapace di rappresentare una posizione terza.
È un dato di fatto che il diritto internazionale, in entrambi i casi, abbia subito un duro colpo.
Gli attuali organismi internazionali vanno radicalmente ripensati.Sono l’espressione di un’altra epoca, quella fatta di guerre tradizionali, dichiarate e agite in primo luogo gli eserciti e soprattutto con altri politici.
Qui siamo ai blitz, alle guerre ibride, ai droni e al coinvolgimento diretto dei civili e in molti casi alle guerre civili interne ai paesi, e a politici che si muovono come se dovessero conquistare mercati, con scalate ostili, e per acquisire posizioni dominanti o effettuare acquisizioni immobiliari. Tutto questo è più simile al bullismo internazionale che a un’iniziativa politica, oppure militare.
È altresì vero che, nel corso della storia, il rispetto del diritto internazionale è stato molto spesso disatteso e la geopolitica internazionale, più che dal rispetto del diritto, è stata determinata dai rapporti di forza.
Così come nella vita quotidiana , del resto, si assiste regolarmente al mancato rispetto delle leggi e delle regole di convivenza.
Tuttavia esse non possono essere considerate una variabile indipendente bensì un modo civile di regolare i rapporti, anche quelli di forza, consentire la civile convivenza ed evitare guerre e conflitti.
Cosa che un atteggiamento muscolare generalmente non è in grado di fare.
In particolar modo fa specie che alcuni fatti succedano nella totale inconsapevolezza del valore che invece hanno, nella democrazia, procedure e regole, che ne sono l’essenza.
Per una cultura liberale prescindere da esse o dimenticarsene all’occorrenza, è un vulnus molto grande, non un incidente di percorso sorvolabile perché l’avversario è particolarmente inviso.
Temo che Trump, se non limitato in tempo, non avendo una formazione politica, ci abituerà ad azioni analoghe sempre più frequenti.
Infatti non essendo Trump avvezzo al linguaggio diplomatico, si è già esposto anche sulla Groenlandia ricevendo una risposta molto dura prima dalla premier danese , poi dall’Unione Europea, e anche sulla Colombia.
IL RUOLO DELLA POLITICA
A tutto questo si somma il ruolo sempre più residuale dei Parlamenti.
Trump non ha consultato il Congresso, per l’azioni di guerra, come invece stabilisce la Costituzione americana. Non è certo la prima volta che succede negli USA. In questo caso ha utilizzato l’argomento dell’emergenza della lotta del traffico di droga e la minaccia alla sicurezza nazionale.
Resta però un fatto grave. Infatti in questi giorni negli USA ci sono diverse manifestazioni di protesta.
Sottolineo, per coloro che sembrano particolarmente affascinati dalle lotte di liberazione, e dalle forme terroristiche che frequentemente assumono, che in un quadro del genere, sostenerle, significa aprire la strada a qualsiasi soluzione analoga e simmetrica anche da parte degli Stati.
Se non so dove si annida il nemico, lo colpisco ovunque.
Certo alcune volte è strumentale, ma teniamo presente che le popolazioni negli stati moderni non sono più omogenee, e che il nemico può effettivamente essere ovunque.
Tutto questo segnala una sempre più evidente crisi degli stati nazionali e anche della politica, nel ruolo che storicamente le compete.
Occorre riscrivere le regole, in fretta. Quelle attuali sono inadeguate e superate dai fatti tutti i giorni. Soprattutto occorre restituire dignità e ruolo alla politica e alla diplomazia.
Inoltre l’Europa deve trovare forme e modi per stabilizzare il suo ruolo e la sua funzione.
Nel mondo multipolare che l’internazionalizzazione dei mercati ci ha consegnato, con grandi economie che già si fronteggiano sul piano commerciale e rischiano di farlo anche su quello militare, l’Europa può avere forza solo se assume azioni comuni.
Soprattutto , diventa veramente un nuovo soggetto politico.
Solo in questo modo riuscirà a proteggere anche i suoi stati nazionali. Essi, infatti, non si tutelano con il piccolo cabotaggio delle politiche nazionaliste o autarchiche, perfino ridicole in questa dimensione planetaria.
In contesto di questo genere, fare i fans dell’uno o dell’altro, oltre a riproporre su scala mondiale quanto succede nel sistema politico nazionale, rischia di fare perdere di vista l’obiettivo principale, cioè quello di ribadire la necessità che il modello occidentale torni ad essere un punto di riferimento.
Questo sarà possibile sono se non riduciamo quanto è successo ad un problema di metodo, un’azione al di fuori del diritto internazionale, come se fosse un problema secondario rispetto alla sostanza, l’abbattimento del regime di Maduro.
Se vogliamo davvero difendere il senso dell’occidente e la sua civiltà, l’Occidente delle libertà dobbiamo essere consapevoli che la democrazia è soprattutto un metodo: libere elezioni, rispetto delle regole, trasparenza delle istituzioni, libertà d’iniziativa, rispetto delle opinioni e delle libertà altrui, tutela dell’individuo.
Sono i regimi dittatoriali che separano il metodo dal contenuto, la sostanza dalla forma. Per un democratico e liberale la forma è sostanza.
In un sistema democratico non può esistere una distinzione tra metodo e contenuto. I due aspetti sono sovrapposti e si sostengono a vicenda.
Le democrazie occidentali devono tenere fermi questi principi senza legittimare azioni, modi e parole più vicine al bullismo internazionale che ad una visione politica seria e lungimirante.
Dobbiamo ribadire che la forza della legge, deve prevalere sulla legge della forza.
Altrimenti sarà una battaglia persa per sempre e assisteremo, sempre più, uno scivolamento verso le monarchie plutocratiche.
Adriolich